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#Drugsforsale

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La prima volta che ho comprato Xanax è stato attraverso Snapchat, perché in questo modo potevo vedere il venditore aprire le confezioni sigillate nello storico della sua pagina prima dell’acquisto, così mi sentivo sicura prima a consumarle… mi ridurrei a comprare qualcosa che non ho mai provato prima da un tizio all’angolo di una strada solo se fossi completamente disperata.
(Lucy, 19 anni)

Lucy è solo una delle 358 persone intervistate dagli autori dello studio “#Drugsforsale: An exploration of the use of social media and encrypted messaging apps to supply and access drugs“, traducibile come “#vendesidroga: un’indagine dell’uso dei social media e delle applicazioni di messaggistica criptata per distribuzione e accesso alle droghe”, pubblicato dall’International Journal of Drug policy nel primo numero di gennaio 2019. Si tratta della prima ricerca accademica sull’uso delle applicazioni per smartphone nel mercato della droga (la parola “drug” in inglese include anche i medicinali).

Grande disponibilità di sostanze

Tra le sostanze più “scambiate” c’è la marijuana con il 64,5% delle “transazioni” seguita da LSD ed ecstasy, mentre i farmaci da prescrizione (stimolanti, oppoidi e benzodiazepine) sono stati citati nel 7,1% dei casi. Sono acquistate tuttavia anche cocaina, funghi allucinogeni, speed, eroina e ketamina. Il range di sostanze disponibili è molto ampio, sebbene più limitato che nei criptomercati. Come si può vedere, i farmaci sono ben presenti e in ascesa negli acquisti illegali.

Quali le app più utilizzate?

Snapchat è in cima alla lista delle applicazioni utilizzate dai giovani intervistati (età media 19 anni) per procurarsi le sostanze d’abuso, con il 76,1% di prevalenza percentuale. Per chi non la conoscesse, si tratta di un’applicazione di messaggistica multimediale che permette agli 
utenti di inviare degli “Snaps” (video e foto) che si cancellano velocemente. Chi usa quest’applicazione per procurarsi delle sostanze generalmente inizia i contatti con lo spacciatore dopo averlo incontrato su altre piattaforme (altre app o pagine del deepweb, la parte “sommersa” di internet, accessibile con specifici software). Rimangono molto usate anche Instagram, Whatsapp, Telegram, Tinder, Grindr e Facebook Messenger. Quindi applicazioni molto differenti tra loro, che di conseguenza si prestano ad un tipo di utilizzo via via diverso: a volte solo per entrare in contatto con lo spacciatore, a volte invece solo per comunicare, una volta conosciuto altrove.

Quale il percorso “classico”

Vediamo come avviene l’acquisto su Snapchat. Attraverso gli “Snaps” si pubblicizza la merce venduta, a volte utilizzando le emoji, ovvero i simboli pittografici presenti in pressoché tutte le applicazioni di messaggistica istantanea: la foglia d’acero significa marijuana, la pillola sta per ecstasy e così via. In questo modo è possibile comprendersi a vicenda in un linguaggio codificato difficilmente accessibile, dal momento in cui gli “Snap” spariscono pochi minuti dopo essere stati visualizzati. Lo scambio della droga infine avviene a mano o per via postale (punto debole di tutte le transazioni, in quanto perquisibile).

Perché le applicazioni?

Leggendo le interviste, saltano all’occhio alcuni aspetti importanti e decisivi che spingono gli “acquirenti”  a preferire le app: facilità d’utilizzo, percezione di affidabilità nei confronti del venditore (e della sostanza, di conseguenza) e sensazione di passare inosservati dalla Polizia. Ma è davvero così?

Per quanto riguarda la facilità d’utilizzo, è sicuramente vero: le applicazioni hanno modificato drasticamente l’accessibilità di questo mercato sommerso. Anche prima le sostanze d’abuso erano presenti online (e lo sono tutt’ora), ma soprattutto in “criptomercati”, ovvero siti e forum nel deepweb, che richiedevano un minimo di capacità tecniche per essere raggiunti (software, collegamenti, etc.). Per non parlare del classico spacciatore di strada, che porta con sé la paura di ripercussioni fisiche e la difficoltà nel rintracciarlo regolarmente.
La percezione di affidabilità dei venditori di sostanze tramite app viene avvertita grazie ad aspetti propri del marketing, come la realizzazione di brevi filmati in cui si vede lo stesso spacciatore e i suoi amici provare la droga esaltandone gli effetti, oppure in cui si riprende da vicino la sostanza, descrivendone colore, odore, texture etc.. Inoltre, vengono adottati comportamenti definibili come “lo spam dello spacciatore” (dealers spam), con messaggi di aggiornamento sulla disponibilità di sostanze, creazioni di gruppi in cui si condividono le esperienze, offerte speciali e così via.
Ma così come il marketing sfrutta debolezze della percezione di ognuno di noi, anche in questi casi è bene essere chiari: la qualità delle sostanze acquistate si può verificare solo con analisi specifiche, non bastano aspetto, odore o sapore. Quindi cedere in questi tranelli pubblicitari è pericoloso per la salute: non è possibile sapere cosa si sta realmente acquistando.

Per quanto riguarda la sensazione di sicurezza data da contatti e comunicazioni tramite applicazioni e non con i soliti SMS o telefonate, nel caso di Whatsapp e Telegram, grazie alla dichiarata crittografia end-to-end, possiamo dire che viene garantita una buona sicurezza.
Tuttavia esistono app che consentono di rompere la presunta segretezza di Snapchat e Facebook Messenger (per non parlare del fatto che molti utenti Whatsapp hanno dato il consenso di condividere i dati con 
Facebook, e questo ne mina la sicurezza). Inoltre, gli Snaps non aperti rimangono in un sorta di limbo sui server, a disposizione delle autorità. Quel che è sicuro, in futuro la segretezza delle comunicazioni attraverso queste app sarà sempre più bilanciata da una maggiore accessibilità per chi vigila su spaccio di droga o il terrorismo.

Il ruolo dell’educazione

Sebbene al momento la rete di conoscenze “extra app” è ancora la più utilizzata da chi cerca sostanze d’abuso, visto il rapido aumento degli utenti di smartphone e applicazioni correlate, possiamo aspettarci che il loro utilizzo illegale continui ad aumentare. Abbiamo visto come almeno in due casi queste persone (perlopiù under 20) sono fuori strada: la sensazione di affidabilità del venditore e di sicurezza nel modo di comunicare sono ben lungi dall’essere acquisite. Smontare le convinzioni secondo cui le app sono sicure e l’economia “visuale” della droga favorisce pratiche d’acquisto più sicure potrebbe rivelarsi utili a promuovere la diminuzione del rischio e un cambio di abitudini negli utilizzatori.

di Sergio Cattani

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